Il Giovedì, quarto giorno della settimana, si presenta come una invito verso la profondità. È il giorno ideale per un’introspezione che non resta in superficie, ma che si addentra nel mistero dell’io. Guardarsi dentro non significa soltanto incontrare la ferite che abitano il cuore, ma anche le zone oscure della mente e parti che ci mettono in cattiva luce fino a spingerci verso il rifiuto di noi stessi.
Questi spazi interiori sono come buchi neri: assorbono energia, trascinano con sé le nostre forze, ci fanno sentire vuoti o smarriti. Ma il rischio più grande sarebbe riversarli sugli altri, lasciando che le nostre ombre diventino ferite per chi ci sta accanto. Ecco perché il Giovedì invita alla responsabilità: riconoscere ciò che in noi è buio pesto e provoca il rifiuto di sè, senza riversarlo sugli altri, provando a comprenderlo meglio ed accudirlo con pazienza.
Con l’aiuto dell’altro — perché nessuno specchio è più fedele di una relazione sincera in questo — possiamo individuare queste parti nocive e accoglierle con cura. Non per alimentarle, ma per trasformarle. Ogni buco nero, se accudito, può lentamente trovare il modo di lasciare uscire dall’oscurità tutta la luce intrappolata. Così qualsiasi rifiuto di sè, invece di restare abisso, può risanarsi e tornare a brillare come nuova stella o corpo celeste, donando pian piano al nostro cielo interiore una nuova costellazione.
Il Giovedì, dunque, è il giorno in cui l’ombra non va temuta ma ascoltata, in cui l’oscurità non è condanna ma potenziale trasformazione. È il giorno per guardare dentro senza paura, con la certezza che anche i buchi neri, se accolti bene, possono diventare fonti vitali di luce come il sole e la luna.
Meditazione e rito simbolico finale suggeriti per il Giovedì
