La creatività per me va intesa come una potenza generatrice di universi che nasce dalla fragilità e che diventa un atto profondamente introspettivo e quasi necessario. Non è un “di più” estetico, ma una forma di sopravvivenza spirituale: laddove la vita ci espone al dolore, alla mancanza o alla perdita, l’immaginazione apre varchi di senso universale.
La fragilità, infatti, è il punto in cui la nostra condizione si mostra più nuda e vulnerabile. È lì che lo sguardo può perdersi nella sofferenza o, al contrario, allenarsi a riconoscere un significato più ampio. La creatività diventa allora un esercizio di visione: imparare a guardare non solo ciò che è immediato, ma anche ciò che si cela nell’invisibile — nelle pieghe della mancanza, nei silenzi, nelle crepe.
In questo senso l’atto creativo:
• dà forma all’inesprimibile, offrendo immagini, suoni o gesti che raccolgono la fragilità senza annullarla;
• allena lo sguardo, come un muscolo interiore, a cogliere ciò che altrimenti sfuggirebbe;
• ricompone il frammento, trasformando la vulnerabilità in occasione di rivelazione.
Naturalmente, quanto più grande è la fragilità che si intende affrontare, tanto più serve una competenza artistica capace di sostenerla. È un’arte che non si improvvisa, ma che si coltiva come un corpo vivo: richiede sensibilità, tecnica e disciplina. Da qui l’importanza dei laboratori di creatività, spazi protetti in cui si impara ad attraversare la fragilità senza esserne travolti, condividendo linguaggi che danno dignità alla sofferenza e le permettono di farsi parola, immagine, gesto.
Esempio di laboratorio creativo della fragilità, per imparare a non fuggire davanti al dolore, ma ad attraversarlo, dargli forma, trasformarlo in linguaggio condiviso.
In definitiva, la creatività non elimina la fragilità, ma la trasfigura. È il modo in cui la vulnerabilità diventa non solo limite, ma anche origine di mondi
