Accogliere ogni male dentro di sé – senza giustificarlo ma senza rinnegarlo – significa assumere la totalità dell’universo, e per farlo è necessario:
• non proiettare il male sugli altri (biasimo, demonizzazione),
• non negarlo dentro di sé (rimozione, maschera),
• non ridurlo a punizione divina (colpa o vittimismo).
La grande tentazione religiosa è trasformare la ferita in colpa (sei ferito? sei sbagliato) o in vittimismo (sono ferito? allora il mondo mi deve qualcosa). Entrambe queste derive bloccano la crescita spirituale.
Infatti il cammino spirituale non consiste nel negare la ferita o nel colpevolizzarla, ma nell’assumere in sé tutto il male che ci attraversa per lasciarlo trasformare in nuova creazione. Questo apre a una fede più adulta: non salvati perché innocenti, ma perché capaci di fare della ferita un luogo di amore.
In questo modo la teologia stessa si purifica e l’universo non è più il grande contenitore dove dividere buoni e cattivi, ma dove è permessa una forza che trasfigura ogni ferita in amore creativo. Di seguito uno schema di sintesi con degli ipotetici passaggi:
• Ferita → condizione originaria
• Perversione → deviazione non integrata
• Cattiveria → chiusura estrema
• Creatività → trasfigurazione possibile

🔻 La ferita come origine
La ferita è l’esperienza originaria del limite: abbandono, rifiuto, ingiustizia, tradimento. È inevitabile nella vita umana. Non è colpa in sé, ma condizione esistenziale.
• Se negata → diventa cicatrice chiusa, che inquina la relazione con sé e con gli altri.
• Se accolta → può diventare apertura, luogo di incontro con la verità di sé e degli altri.
🌀 La perversione come deviazione della ferita
Quando la ferita non viene integrata, può distorcersi in perversione: un modo di trasformare il dolore in potere o dominio.
• Chi è stato ferito può, inconsciamente, cercare di ferire a sua volta.
• L’energia che dovrebbe generare ricerca di senso si piega in strategia di sopravvivenza.
Esempio: il bisogno di riconoscimento (ferita da trascuratezza) può diventare narcisismo (perversione).
⚡ La cattiveria come esito estremo
La cattiveria non nasce dal nulla: spesso è ferita + perversione cronicizzata. È la scelta di chiudere il cuore, di negare empatia, di affermarsi distruggendo l’altro.
• È il volto più oscuro della fragilità umana.
• Non è un “male ontologico”, ma una distorsione radicale dell’energia vitale.
🌱 La creatività come riscatto
Ed è qui che sta il passaggio fondamentale:
• La stessa energia che può farsi cattiveria può anche farsi creatività.
• La ferita, se accolta e attraversata, diventa spazio generativo: ciò che ho sofferto mi rende capace di creare linguaggi, gesti, opere che liberano, invece di imprigionare.
Il dolore, anziché diventare perversione, diventa materia da trasfigurare. È il principio dell’arte, della poesia, ma anche della santità: fare nascere bellezza dalla lacerazione.
