La mia vocina e me

Era 5 anni fa. Avevo un corpo che non riconoscevo più, un corpo malato che mi portava a pesare appena venticinque chili. Non era vita, era resistenza. Ricordo le medicine, i controlli, la paura che abitava negli occhi di chi mi guardava. Poi, poco alla volta, ho scoperto cosa avessi davvero e con le cure sono tornata a prendere peso: quaranta chili in sei mesi, centimetri guadagnati, forme che si ridisegnavano.

Ero ancora magra, certo, ma non abbastanza per far tacere le voci intorno a me. La gente commentava, come se il mio corpo fosse un argomento di conversazione libero, e quelle parole – “sei grassa”, “sei gonfia” – io le infilavo in un cassetto della mente, chiudendolo a chiave. O almeno così pensavo.

Quel cassetto si è spalancato davanti a uno specchio, in un’estate qualunque. Avevo indosso un costume e non mi riconoscevo. Le cosce enormi, la pancia che non era più piatta, il grasso che mi sembrava avvolgere tutto il corpo. La bilancia mi diceva che il numero era quasi lo stesso, ma nello specchio io vedevo il triplo. È stato lì che la mia mente ha iniziato a girare come un vortice: commenti vecchi e nuovi hanno preso forma, diventando catene.

Ho cominciato a togliere cibo, piano piano. Poi la scuola superiore è arrivata come un pugno: troppo studio, troppa pressione, e io per consolarmi mangiavo. Quando mi sono vista con un top addosso, ho sentito dentro di me una voce urlare: “Io mi devo piacere.” E l’unico modo che conoscevo era stringere, ridurre, eliminare.

Così è iniziato il gioco dei numeri e dei pezzi di pane lasciati a metà. L’estate, la bilancia, mia madre che voleva pesarci tutti… e io che tremavo davanti a quel rituale. Ho desiderato perdere cinque chili, ne ho persi solo due, e mi sono sentita fallita. Nonostante tutto, allo specchio continuavo a vedermi enorme.

Poi il buio è diventato più fitto. Ho iniziato a saltare pasti, a vestirmi largo per nascondere, a vivere con quella voce costante dentro di me: “Sei grassa. Guardati. Questa pancia sembra incinta.” E io rispondevo obbediente: hai ragione, devo fare di più.

La psicologa mi ha detto una parola che suonava come una condanna: disturbo alimentare. Io che pensavo fosse impossibile, io che mi credevo forte abbastanza da riconoscere i limiti tra realtà e finzione. E invece no: la malattia aveva messo radici anche in me.

La gente giudicava, inventava motivi: “Lo fa per attenzioni.” E io avrei voluto urlare che non me ne fregava nulla delle attenzioni, che volevo solo sparire dagli occhi di tutti, diventare invisibile e leggera. Volevo solo che il numero scendesse e che la mia vocina smettesse di parlarmi.

Già, la mia vocina. La mia compagna fedele che mi diceva: “Brava che non hai mangiato, brava che hai contato le calorie.” Eppure, nello stesso tempo, quella stessa voce mi condannava: “Ora ingrasserai, ora tutto tornerà indietro.” Era la mia nemica più grande e la mia amica più vicina.

E io piangevo, mi chiudevo, continuavo a dimagrire senza vedermi mai abbastanza.

Eppure, tra tutte queste cadute, c’è stato un seme nuovo. La mia famiglia che si accorgeva, le persone che si preoccupavano per me. Io che per la prima volta ho cominciato a raccontarlo, a confidarlo a qualcuno, a dividere il peso di quel carretto di macigni che mi trascinavo dietro da sola.

Non è stato un miracolo, non è stato un “giorno e notte”. È stato un piccolo spiraglio. Ho iniziato ad accettare che preoccuparsi per me era amore, non controllo. Ho iniziato ad ammettere che forse, per la prima volta, avevo bisogno di aiuto.

La mia vocina è ancora qui, e a volte mi blocca la mano prima che tocchi un pezzo di pane. Mi fa ancora paura lo specchio, mi sembrano ancora enormi le cosce e gonfia la pancia. Ma oggi, mentre scrivo, sento dentro di me una frase che non riesco a soffocare:

“Forse è arrivata l’ora di guardarmi allo specchio e dire: sei bella.”

Non so quando accadrà. Forse domani, forse tra mesi. Ma so che arriverà. Perché il vero amore che devo imparare a vivere non è quello degli altri: è il mio, quello per me stessa.

E questa volta, non lo metterò più da parte.

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