È bello potersi fermare
nel dolore che pesa come pioggia d’autunno,
e non scappare,
ma restare fermi, nudi, vulnerabili,
per scoprire che ci sono mani
pronte a raccogliere le nostre lacrime
come perle preziose.
È bello poter stare male
e sapere che qualcuno ci accoglie,
che i sospiri spezzati diventano canti,
che i respiri affannati
si sciolgono in carezze d’amore.
C’è una dolcezza nuova
nel lasciare che l’altro ci veda
così fragili,
così veri,
così umani.
Dentro di noi vive uno spazio immenso,
un universo senza confini,
dove ogni piccolo successo
si dissolve come una goccia nell’oceano
e certe ferite pulsano come stelle cadenti:
dolorose, sì,
ma luminose abbastanza
da farci sentire il cielo intero.
E allora quel vuoto non è condanna,
ma promessa:
è un vaso da riempire di bellezza,
un giardino pronto a fiorire
se solo vi si seminano abbracci,
sguardi che parlano,
parole tenere come petali di rosa,
carezze che intrecciano due respiri
in uno solo.
Ci si perde, certo,
tra le pieghe di quell’infinito interiore,
ma proprio lì si trova una luce inattesa,
calda come l’alba che ritorna ogni giorno,
così vera e vivibile
che non desideri più tornare indietro.
Fa male,
ma va bene che faccia male,
perché è proprio nel dolore
che germoglia il miracolo.
È lì che nasce un universo nuovo,
che non ha pareti,
che non ha confini,
uno spazio che si apre
per invitare chi amiamo
a camminare al nostro fianco.
E allora stare male diventa dono,
diventa invito a condividere,
diventa dolcezza che scivola lenta,
calda e vellutata,
come cioccolata che fonde sul cuore.
Così la vita non è più fuga,
non è più solitudine,
ma un tavolo imbandito di colori,
un intreccio di mani,
un coro di respiri
che dicono insieme:
“ci sono, restiamo, costruiamo.”
E in quel vuoto che un tempo faceva paura
ora fiorisce un giardino luminoso
dove ogni dolore si trasforma,
ogni ferita si colora,
ogni lacrima diventa acqua
per nutrire l’amore.
