Un vuoto mi stringe,
pieno soltanto di niente,
un abisso senza radici
che soffoca e avvolge
come un manto di piombo.
Non ha voce, non ha luce,
non conosce colori né confini.
È un silenzio che pesa,
una culla rovesciata
che non accoglie,
ma respinge la vita.
Provo a lasciarmi andare,
cercando il conforto di un fondo,
una roccia che spezzi la caduta,
ma non c’è appiglio né ritorno:
solo un precipizio che inghiotte,
un mare nero senza rive,
un sonno che non consola.
Il buio avanza come predatore,
divora respiro dopo respiro,
toglie la fiamma sottile
che un tempo chiamavo vita.
Resta soltanto il gelo
dell’immobilità,
la paralisi del nulla
che schiaccia il petto
e imprigiona lo spirito.
Ogni passo è troppo pesante,
ogni pensiero una catena.
Non c’è prospettiva,
non c’è desiderio,
non esiste orizzonte
che illumini la strada.
Rimane soltanto l’abbandono,
il lasciarsi trascinare
oltre ogni confine,
nella resa muta
di chi non trova più forza
per lottare.
Eppure, tra le ombre,
le domande non si spengono.
Restano sospese,
ferite che non guariscono,
echi senza risposta.
E tra tutte,
una più crudele delle altre
mi perfora l’anima:
cosa resterà di me
quando i miei giorni si dissolveranno
in questa condanna a non esistere?
Cosa lascerò al mondo
se la mia vita non è che un vuoto,
un respiro negato,
un nome mai scritto
sulla pietra del tempo?
E allora il nulla mi stringe più forte,
e io mi lascio cadere
ancora un po’ più giù,
dove neppure il dubbio
ha più il coraggio di seguirmi.
